Propositi di democazia diretta

La legittimità di uno Stato è una tema fondamentale nelle filosofie e nelle ideologie politiche. L’impostazione scolastica corrente e la cultura di massa ci impongono lo Stato come un dato di fatto, un dogma dal quale non si può prescindere.

Senza addentrarsi troppo in argomenti specifici che dibattono circa la necessità o meno nella società attuale dello Stato, la legittimità di quest’ultimo dovrebbe essere dettata dalla volontà di una popolazione – sia che si identifichi in una nazione, sia che si ritenga soltanto una comunità di interessi – di aggregarsi in forme istituzionali e di autodeterminare la propria sovranità.

Purtroppo durante la formazione degli Stati moderni, in particolare di quello italiano, la volontà popolare è stata tanto palesata nella forma quanto soffocata nei fatti: i plebisciti succeduti alle guerre di annessione di metà Ottocento sono stati tanto eclatanti quanto paradossali nel consenso, considerando che le richieste di autonomia e di mantenimento delle forme di governo preesistenti nelle regioni annesse al nuovo regno non sono state prese in minima considerazione, ed è stato imposto loro il sistema centralizzato di matrice franco-napoleonica già in uso nel Piemonte dei Savoia.

È risaputo che tali guerre di annessione furono appoggiate, a livello diplomatico e finanziario, da diversi Stati europei dell’epoca e da centri di potere socio-economici in forte ascesa, i quali non si prefiguravano la necessità di legittimare uno Stato nascente, come quello italiano, da una popolazione nella maggioranza analfabeta e con precarie condizioni economiche. I cittadini continuavano a subire una sudditanza politica; l’amministrazione e la gestione della cosa pubblica restavano nelle mani di pochi; ogni investitura era dettata dall’alto a scapito della volontà popolare.

Questo distacco abissale tra governo e governati, comune per il XIX secolo, con formule diverse si è protratto fino ai giorni nostri, contriubuendo a relegare i cittadini a semplici sudditi non più del Re, ma dello Stato in sé, ai quali viene concessa di tanto in tanto al momento di tracciare una croce su una scheda elettorale una parvenza di democrazia e sovranità effettiva. Questo sistema politico che prevede di chiamare al voto ogni cinque anni i cittadini, per poi mettere in atto tutto ciò che è nell’interesse suo e non sempre della popolazione, si riflette anche nelle realtà locali, dove si mantiene la distanza tra cittadinanza e istituzioni. Non deve sorprendere che oggi molti parlino di “casta”, di “antipolitica”, di amministratori e parlamentari da sostituire. In tutto ciò c’è tuttavia un errore di fondo: il concetto di democrazia delegata.
Finchè riterremo accettabile delegare a chiunque sia di operare nell’interesse della collettività, peccheremo di eccessiva fiducia ed ingenuità, a prescindere dalla buona fede e volontà di chi voteremo.
Senza strumenti di controllo reali, senza la possibilità di intervenire, senza la possibilità di partecipare direttamente alle decisioni con le proprie esperienze e competenze, senza un senso civico dettato da una morale comune, i cittadini non saranno mai in grado di emanciparsi e sentirsi parte dello Stato, ma prevarrà il sentimento di antagonismo nei confronti di una istituzione sentita come un’imposizione esterna opprimente e coloniale.

Il primo passo per evolvere i sudditi in cittadini responsabili ed avvicinarli alle istituzioni, è lavorare a livello comunale, facendo leva su quelle realtà in cui sopravvive ancora uno spirito di comunità, un senso di appartenenza, laddove è più facile il coinvolgimento politico attivo del cittadino. Lo strumento che per eccellenza può condurre a questa realtà, che può consentire la democrazia, che può legittimare la volontà popolare è il referendum.

Creare e mettere a disposizione un simile strumento, per quanto efficiente e di facile accesso, non sarà di per sé sufficiente: abituare all’attività fisica un corpo da troppo tempo atrofizzato non si risolve nell’acquisto di un bicicletta o di un paio di scarpe da corsa; i primi passi potranno essere non semplici e faticosi. Nella sostanza, la difficoltà maggiore non sarà la creazione di un sistema referendario perfetto, già rodato e funzionante in molte realtà anche a pochi chilometri di distanza da noi (si pensi alla Confederazione svizzera), ma superare lo scoglio culturale, che ha indotto i cittadini a vivere da spettatori della vita politica, a essere deresponsabilizzati su ogni fronte. Dovrà ritenersi di massima importanza non ciò che gli strumenti di comunicazione di massa e i mezzi di informazione del mainstream propinano e diffondono, ma tutto quello che i cittadini stessi comprendono sia di importanza vitale per la sua comunità e su cui si dovranno sentire spronati a decidere con sicura efficacia.

 

Il referendum come strumento di autodeterminazione popolare.

L’introduzione di strumenti referendari è l’unico mezzo che legittima di fatto l’esistenza di uno Stato o che, al contrario, ne può mettere in discussione il suo prorogarsi nel tempo. Un valore fondamentale condiviso deve essere quello che la volontà popolare sia al di sopra dello Stato e ne possa correggere e modificare la struttura e le prerogative. Da questo punto di vista, anche la Costituzione è suscettibile di eventuale modifica se questo rappresenta in modo evidente la volontà popolare, senza per questo dover attendere il benestare delle istituzioni rappresentative. Per mezzo del referendum la popolazione di una regione ha tutta la facoltà per esprimersi sulla permanenza o meno in uno Stato. Tutto ciò avverrebbe in piena legittimità, perché non solo l’esito che ne scaturirebbe, sarebbe espressione di una volontà e sovranità popolare, ma anche perché il diritto all’autodeterminazione è norma prevista a livello europeo e internazionale.Creare strumenti di democrazia diretta a livello Statale è un percorso lungo, al quale bisogna arrivare attraverso un lavoro sul territorio, al fine, come già detto, di abituare il cittadino alla attività politica attiva non solo come spettatore.

 

Enti Locali e Democrazia Diretta. L’esempio svizzero

Il primo passo per avvicinare i cittadini alla gestione della cosa pubblica, è quello che negli statuti di tutti gli enti locali, ci siano i referendum confermativi, abrogativi, propositivi senza quorum di partecipazione, su tutti i temi di competenza degli amministratori ed inoltre che sia introdotta la revoca anche a livello locale. Oggi questo obbligo non esiste e pochi Enti Locali hanno questi strumenti e pochissimi hanno tolto il quorum di partecipazione, mentre tutti hanno introdotto fondamentali limitazioni sui temi referendabili. Questo significa che la democrazia non è uguale per tutti i cittadini italiani. E anche dove ci sono questi strumenti, grazie al quorum o alla limitazione dei temi referendabili, essi non sono in realtà quasi mai usufruibili dai cittadini. I vantaggi della democrazia diretta sono notevoli a livello nazionale e locale. Come esempio si può citare la Svizzera dove questi strumenti sono presenti da ormai un secolo e mezzo.

Si è visto che la democrazia diretta:

• implica una più equa distribuzione del potere politico. Avvicina i politici ai cittadini e promuove il ruolo del cittadino a quello di “politico occasionale”;

• dà alle minoranze la possibilità di farsi sentire, agisce da valvola di sfogo e riduce il ricorso alle violenze e all’estremismo. Incrementa la legittimità delle decisioni prese;

• aumenta l’attitudine dei cittadini al rispetto reciproco e quindi al rispetto dei diritti umani;

• dà un controllo effettivo ai cittadini sul parlamento e sul governo. Agisce contro il formarsi dell’oligarchia o casta politica e non permette ai politici di isolarsi dal paese;

• costringe i politici ad essere più comunicativi e a prendere decisioni in maniera trasparente;

• ben sviluppata, pone le procedure nelle mani dei cittadini stessi, i quali possono innovare o restringere gli strumenti a piacimento.

Ma ci sono anche notevoli e concreti vantaggi economici derivanti dalla pratica della democrazia diretta.
Per anni esponenti dell’economia e degli affari avevano criticato l’esagerato uso della democrazia diretta in Svizzera, che secondo loro metteva un freno al progresso economico. Poi nell’estate del 2002, Economie Suisse, espressione del mondo del businness svizzero, scrisse che «la democrazia diretta dovrebbe essere promossa a tutti i livelli dello stato», perché essa beneficiava l’economia. Questo cambiamento di vedute fu dovuto a tutti gli studi accademici che dimostravano i legami tra la democrazia diretta e la crescita economica, sollecitati negli anni ‘90 dalle critiche sempre più numerose al modello democratico svizzero.

La Confederazione grazie al suo livello molto alto di autonomia federale era il terreno ideale per ricerche comparative. Tutti i cantoni tranne Vaud, permettono il referendum finanziario. Tutti i cantoni hanno il referendum legislativo e l’iniziativa. Ma ci sono differenze notevoli nella facilità di utilizzo di questi strumenti. Per esempio il numero di firme raccolte rispetto al numero degli elettori, per iniziare la procedura dei referendum varia da 0,9% di Basilea Campagna, al 5,7% di Neuchâtel. La quantità di tempo per la raccolta delle firme varia dai 2 mesi di Ticino a un periodo illimitato di Basilea Campagna. La variabilità è ancora maggiore a livello comunale.

L’economista Gebhard Kirchgässner di S. Gallo e il prof. dell’ Univ. Marburg, Larsfeld, elaborarono una analisi statistica sull’influenza della democrazia diretta sulla crescita economica. I risultati furono molto chiari:
1. nei cantoni con gli strumenti di democrazia diretta più sviluppati, il PIL procapite è del
15% più alto della media;

2. nei cantoni dove i cittadini votano il bilancio comunale, c’è il 30% in meno di evasione
fiscale della media;

3. nelle comunità dove il bilancio deve essere approvato dai cittadini tramite referendum, la spesa pubblica è più bassa del 10% pro capite rispetto alle comunità dove non c’è questo diritto;

4. nelle comunità dove c’è il referendum finanziario c’è il 25% in meno di debito pubblico
rispetto a dove questo strumento non c’è;

5. i servizi pubblici costano meno nelle città con la democrazia diretta più avanzata: la raccolta dei rifiuti è del 20% più economica.

 

Iter programmatico

Convinti che i principi ideologici della proposta siano trasversali ad ogni ideale politico, il primo passo è il coinvolgimento delle forze politiche attive sul territorio comunale, con l’obbiettivo di trovare appoggio di uno o più consiglieri per la presentazione della mozione in consiglio comunale.

In seguito, come da prassi, andrà formato un comitato per la formulazione di una modifica dello Statuto dedicata al comune di interessamento.

Sempre nello spirito di attuare una proposta nell’interesse della collettività che nasca da una volontà condivisa, andrà presentato il testo della proposta alla comunità tramite un incontro pubblico, prima di attuare una raccolta firme che promuova un referendum consultivo per l’introduzione della democrazia diretta, sebbene non necessario legalmente (se ci fossero consiglieri che appoggiano la proposta), ma indispensabile per mantenere coerenza con gli ideali e i principi fondamentali della proposta in modo da legittimare il lavoro tramite l’interessamento e la volontà della comunità locale.

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