Referendum Costituzionale 2016: i perché del NO di Pro Lombardia

Una riforma costituzionale è solo una riforma costituzionale e un referendum confermativo è solo un referendum confermativo.

Non è l’ultima possibilità di modificare una costituzione che è già stata modificata e sarà modificata altre volte.

Eppure, come di prassi, come è stato per il referendum “sulle trivelle”, in merito alla consultazione vengono proiettate le più disparate e inconsistenti rivendicazioni politiche che nulla hanno a che vedere con la materia che sarà sottoposta al vaglio degli elettori (non si parla di permanenza nell’Unione Europea o della conferma del Presidente del Consiglio).

La discussione figlia della comunicazione mediatica porta alla sfida tra pensieri brevi, superficiali che sanciscono la morte della razionalità e il trionfo degli slogan.

La politica si è volentieri adattata alla demagogia da “twittata” o da mero post, forse per convenienza o forse per incapacità di proporre qualcosa di genuino, metodico, coerente.

Chi scrive non intende certo aderire ad alcune posizioni “aprioristiche” che considerano la Costituzione una Bibbia laica da preservare come una reliquia, né vuole forzare i toni gridando all’avvento di un regime totalitario.

Piuttosto si cercherà di proporre una dialettica più cònsona per comprendere prima e soltanto poi valutare ed eventualmente contestare la riforma nel merito dei contenuti e di differenti sensibilità politiche: solo avendo chiara la situazione attuale, il testo della riforma e le proprie ambizioni politiche è possibile evidenziare i dubbi e le perplessità della direzione presa dal Governo.

Gli obbiettivi dichiarati dovrebbero essere: semplificazione, rapidità e razionalizzazione dei processi decisionali, ammodernamento istituzionale in forza del superamento del c.d. bicameralismo.Tali obiettivi sono condivisibili; molto meno lo strada scelta e le soluzioni proposte.

La propaganda del Governo calca la mano sulla retorica per cui la riforma meriterebbe un sì a scatola chiusa in quanto “cambiamento”, come se un cambiamento fosse positivo a prescindere. Strategia comunicativa molto volgare, che fa leva sulla fiducia più che sulla ragione.

È indubbio che sia necessario superare un assetto istituzionale inadeguato alle sfide dei nostri tempi; bisogna però interrogarsi sulle intenzioni che animano la riforma e chiedersi se effettivamente siano state sciolte quelle criticità che ingessano la nostra democrazia o se siamo di fronte all’ennesimo pasticcio.

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CHIARIAMO LA PORTATA DELLE MODIFICHE PROPOSTE:

Nonostante siano più di 40 gli articoli oggetto di revisione, l’impianto collettivista della Costituzione non viene minimamente scalfito: continueremo ad essere una Repubblica parlamentare una e indivisibile fondata sul lavoro e lo Stato continuerà a esercitare un solido controllo sulla società e sull’economia, legittimato dal piu o meno condivisibile primato dell’azione e volontà statale rispetto alla libertà individuale.

D’altronde solo un’assemblea costituente potrebbe riscrivere i principi fondamentali.

Nessuna fratura storica col passato quindi, anzi, un ritorno al passato, in particolare per il Titolo V.

Possibile che ancora una volta tutto il processo si riduca all’autoreferenzialità della politica che protegge e  alimenta se stessa prima di assolvere alla prorpia funzione rappresentativa?

Non si tratta di problemi marginali o di vezzi da intellettuali annoiati che giocano a trovare il pelo nell’uovo per il piacere d’essere bastian-contrari, bensì di veri e propri vulnera irrisolti – e pesantemente sottovalutati – che inficieranno il buon funzionamento dell’architettura istituzionale.

L’unico cambiamento sostanziale della riforma purtroppo è semplicemente quello di mettere un riflettore in più sul direttore d’orchestra e permettergli di dirigere più speditamente. Ma se gli strumenti rimangono mal accordati, la musica sarà ugualmente pessima: invece di un inascoltabile adagio otterremo un inascoltabile allegretto.

Negli ultimi quarant’anni l’Italia è rimasta in un limbo dove la forma di Stato oscilla tra unitario, regionalista e simil-federalista, senza mai trovare un’identità definitiva; con la riforma costituzionale si incentiva il percorso neocentralista avviato dagli ultimi esecutivi tecnici.

La maggior parte delle rivendicazioni del fronte del „SI“ si alimentano di sofismi e demagogia. Riassumendo al nocciolo, chi propone la riforma sostiene che dando più potere a Roma dimuiranno i costi della politica ed aumenterà l’efficienza dell’aparato burocratico, il che appare già molto improbabile.

Analiziamo alcune rivendicazioni più in dettaglio:

  • Favoriranno lo strumento della democrazia diretta:

Falso!

La disciplina di referendum propositivi e di indirizzo viene rimandata all’emanazione di successive leggi costituzionali.

Mentre aumenta da subito il numero di firme necessarie per la proposizione dei referendum: triplicate da 50 mila a 150 mila per l’iniziativa popolare da 500 mila a 800 mila se il quorum viene calcolato sulla metà più uno dei votanti delle ultime elezioni.

  • Faranno chiarezza sulla competenza delle Regioni:

Per forza! viene messo tutto nelle mani dello Stato!

Come anticipato si introduce una clausola di “supremazia statale” che consentirà allo Stato di appropriarsi del diritto di legiferare su materie di competenza regionale qualora il Governo ritenga che vi sia un interesse nazionale che giustifichi tale intromissione.

Vengono Ridotte le competenze esclusive regionali. Si espandono le materie esclusive statali ed elimante le materie concorrenti. Lo Stato si impossessa inoltre del diritto esclusivo del potere di legiferare in materia di: produzione, trasporto e produzione energia, infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto, tutela e sicurezza del lavoro.

Viene riaccentrata e quindi unificata a livello statale la disciplina deglienti locali senza differenziazione tra Regione e Regione.

  • Introdurranno il Senato delle “autonomie”:

Ma autonomie di chi? Dei partiti?

Ad oggi non si sa ancora se il senato sarà composto dai consiglieri regionali più votati o se saranno direttamente eletti dal popolo.

Nel primo caso, come supponiamo andranno le cose, gli eletti agiranno nell’interesse dei partiti e non negli interessi del territorio dato che i senatori non avranno vincolo di mandato pur dovendo rappresentare le istituzioni locali.

Un controsenso in termini.

  • Semplifichiranno il processo legislativo:

Per fortuna!

Abbiamo già riferito dell’incognita per l’elezione dei senatori che rimanda a sucessive leggi;

Sebbene venga meno il voto di fiducia al governo, il Senato continuerà adesercitare le prorpie prerogrative insieme alla camera; invece di superare il bicameralismo perfetto si è finiti col prevedere diversi procedimenti legislativi, se ne individuano almeno nove.

Bella semplificazione!

  • Diminuiranno il costo della politica:

Punti di vista!

Per «rottamare» il bicameralismo perfetto, si passa a un bicameralismo inutile:

il Senato che ne esce rappresenterà più un costo inutile per la sua nuova funzione ridotta alla sola rappresentanza piuttosto che un risparmio per la riduzione dei senatori.

Il nuovo Senato sarò una camera di mera rappresentazna politica e non territoriale, quindi si presterà come centro di collocamento delle seconde linee dei partiti, dove si presteranno a rappresentare il proprio centro di interesse, il partito appunto e non il territorio. Già lamentiamo che i politici facciano i loro comodi, se poi nemmeno sono i citadini a votarli possiamo aspettarci qualcossa di diverso? (tra qualche anno ci accorgeremo della poca utilità e funzionalità di un siffatto Senato, e comincerà l’ennesimo dibattito sulla sua abolizione, replicando così una situazione già in essere in Francia, Spagna e Austria).

 

In generale dalla riforma risulta un mosaico i cui tasselli stentano a rimanere insieme, una riforma conservativa che vorrebbe maldestramente blindare il presente e che si appropria di qualche argomento popolare nell’antipolitica per incensare una vuota retorica del fare.

 

LEGGERE IL PRESENTE PER PIANIFICARE IL FUTURO

La globalizzazione ha reso ancor più interdipendenti gli individui e messo in discussione il tradizionale concetto di sovranità, sta pure dimostrando l’importanza di valorizzare la specialità territoriale e locale.

Mentre in tutta Europa si discute come rispondere alle nuove domande ed alle contraddizioni che la globalizzazione ci sta proponendo valorizzando la specialità territoriale e locale, proporre una prospettiva neo-giacobina basata sullo Stato come Signore e garante dell’uniformità è anacronistico.

Avremmo gli esempi di Catalogna e Scozia, che hanno avviato processi di ridistribuzione dei poteri tra entità territorialmente rappresentative pur riconoscendo sovrastrutture comunitarie; oppure gli esempi di Germania e Svizzera che hanno messo in discussione i consolidati equilibri tra governo federale ed enti locali per intraprendere delle riforme verso una maggior differenziazione e competitività dei propri sistemi. Anche paesi di radicata tradizione centralista hanno avviato una riflessione sulle possibilità offerte dal decentramento e dall’autonomia.

Gli esiti sono stati, ovviamente, differenti, ma la scienza politica e giuridica apprende con interesse come il potere moderno sia, per forza delle numerose e nuove variabili in gioco, articolato. E la sua efficienza dipende proprio dalla bontà di tale articolazione, data sia dalla reale aderenza alle diversità socio-economiche del territorio, sia dalla capacità di distribuirsi in maniera equilibrata tra i vari soggetti che compongono il sistema.

Invece in Italia sembra d’assistere ad una riaffermazione di quel principio organizzativo centralista e napoleonico che già prevalse sulle deboli istanze federaliste al momento dell’unità d’Italia.

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LA NOSTRA POSIZIONE

Lo Stato italiano per sua natura è da sempre autoritario: la sua costituzione è frutto di compromessi tra poteri internazionali non ha certo mai rappresentato un sentimento nazionale o di un senso di comunità. Oggi questa stessa istituzione per autosostentarsi ha bisogno di aggiungere un ulteriore tassello per imporsi ai cittadini ed alle volontà territoriali.

La riforma del Titolo Quinto è a dir poco aberrante. Si è cominciato con lo screditare l’istituto regionale; con la riforma si passa dalle parole ai fatti. Competenze che erano esclusive della Regione Lombardia ritornano d’ufficio nelle mani dello Stato, il quale inoltre rivendica per sé un supposto diritto di “supremazia” decisionale che già nel nome sa di Ventennio.

ProLombardia Indipendenza è un movimento che fa della democrazia diretta uno dei propri capisaldi.

Considerando i cittadini unici detentori della sovranità, rivendichiamo la necessità di una politica più equilibrata che passi dalla riorganizzazione e dal ricollocamento dei poteri, da una analisi razionale verso una suddivisione e ridistribuzione per competenze sul territorio.

Predisponendo gli strumenti adeguati (come i refendum senza quorum e vincolanti), è possibile educare i cittadini alla partecipazione in modo continuativo e consueto, alla gestione della cosa pubblica, garantendo controllo, trasparenza e responsabilizzazione.

Questa riforma costituzionale va nella direzione esattamente contraria:

Già il potere decisionale dei cittadini era scarno; ora la possibilità di influenzare le istituzioni si riduce ancora di più.

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